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DS5_4830_resizeLa storia di un ragazzo coraggioso che racconta la sua vittoria nella lotta contro il cancro.

L’avventura inizia il 29 luglio 2008 quando la dott.ssa Polastri dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano mi ha diagnosticato una forma rara di tumore maligno, un osteosarcoma, 100 casi all’anno in Italia. Non si sa ancora come viene a formarsi. Sfiga vuole che si è esteso in obliquo prendendo ossa, muscoli, vene etc. per una massa complessiva di 19 x 8 centimetri, proprio un bel mattone da eliminare. Iniziano i cicli di chemioterapia, il corpo era distrutto in quei giorni di “iniezione”; il protocollo dell’osteosarcoma prevede 4 cicli di chemio pre-operatori, l’operazione chirurgica di asportazione e ricostruzione e altri 4/6 cicli di chemio post-operatori. Le infusioni dei “cocktail” durano dai 3 ai 6 giorni e i farmaci protagonisti sono l’adreamicina, l’MTX o metotrexato e il cisplatino. Farmaci chemioterapici che ti devastano il corpo; i reni e il fegato sono i più colpiti, lo stomaco è in continua sollecitazione, la nausea è così forte da farti stare male. Detengo addirittura un record in corsia al 7° piano, il record del catino, 23 vomitate in pochissime ore.

Dopo circa 2 mesi arriva la chiamata dall’istituto ortopedico Gaetano Pini di Milano, la mia “stanza d’hotel” era pronta per potermi accogliere e il nuovo osso in versione titanica non vedeva l’ora di essere posizionato al proprio posto per riiniziare la vita quotidiana. 13 ore di intervento chirurgico molto complesso, a mia insaputa era stata messa una firma dai miei genitori per il consenso di amputazione nel caso le cose non fossero andate per il verso giusto. Per fortuna il professor Mapelli, ormai ex primario del reparto COO, è riuscito con la sua esperienza a salvarmi la gamba. Tutto è riiniziato da capo, fisioterapia a sfinimento pur di ritornare a camminare come prima e così è avvenuto.

DS5_9416_resizeOrmai le stampelle erano quasi abbandonate, ne utilizzavo una giusto per sentirmi più sicuro nel fare il passo, ma arrivò un bel giorno. Ero in terapia in via Venezian a Milano per iniziare il 1° ciclo post-operatorio, questa volta il “cocktail” era davvero pesantissimo: “Ammazza oh! Ma che ci avete messo dentro?” ero davvero sfinito, giramenti di testa, nausea a non finire, le gambe le sentivo pesanti, quando ad un certo punto arrivò la chiamata della toilette. In quel momento la stanza era vuota, il mio vicino se ne era andato da poche ore e i miei genitori erano a prendere un bel caffè. Per non disturbare nessuno una volta tanto mi sono alzato in piedi, con una mano reggevo la stampella e con l’altra portavo avanti il trespolino della chemio; 10 passi in tutto. Chi non ce l’avrebbe fatta? Bè in quel momento non so bene cosa fosse successo, ma mi stavo sbagliando alla grande, il ginocchio decise di cedere all’improvviso e io come un salame sono caduto. Proprio in quel momento mia madre stava rientrando in stanza, mi trovò per terra dolorante, piangevo. Mi riportò sul letto e chiamò immediatamente l’infermiera, io nel frattempo mi accorsi che non ero più in grado di estendere il ginocchio, ero spaventatissimo. Per precauzione gli infermieri hanno chiamato il dottore del Gaetano Pini, il prof. D’Aolio che arrivò in tarda serata; le sue parole sono state abbastanza chiare: “Ciccio, qui hai fatto un gran casino! Hai rotto il tendine rotuleo, servirà un nuovo intervento riparatorio”. Ero disperato, quasi mortificato dal casino che avevo combinato; sarebbe bastato schiacciare il pulsantino collegato all’infermeria, e invece no! Ho voluto fare di testa mia. E anche questo giorno arrivò di soprassalto, di nuovo in sala operatoria all’alba, ago in vena e via con la solita routin; sentivo l’anestesista che mi diceva: “mi raccomando, conta fino a 10 e ti addormenterai”, nemmeno il tempo di arrivare al 3 ed io ero già caduto in un sonno profondo. L’operazione è andata per il verso giusto, ma con un ulteriore accorgimento in più. Il professor d’Aolio mi disse: “Ciccio ora devi stare molto attento, hai una cristalleria in quel ginocchio. Bada a come lo usi!”. Riiniziarono i giorni di dura fisioterapia, tutto quello che avevo recuperato era andato perso, ma la voglia di ritornare a camminare si faceva sempre più forte.

10416567_10203609593586346_6881762488935213200_nTerminati anche i cicli post operatori ho salutato quel maledetto ospedale, ma non per sempre! Il 25 febbraio, compleanno di mia madre, mi hanno trovato una metastasi al polmone destro, una grossa biglia di 2 centimetri. Questo voleva dire altri cicli di chemio, operazioni chirurgiche e rimparare di nuovo a respirare, sembra buffo da dire, ma è proprio così.

Il 29 giugno 2011 ritornavo a casa libero da ogni pensiero negativo perché quel giorno era la fine delle chemio. Il “bastardo” era stato sconfitto per la seconda volta!

Dopo 3 anni però, le cose peggiorarono, la protesi alla gamba non mi dava più grandi prestazioni, ero sempre stanco, dolorante, spesso ricorrevo all’utilizzo di antidolorifici e stampelle; non ne potevo più! Da marzo 2014 mi frullava in testa un’idea che chiunque mi avrebbe dato del pazzo, ma secondo il mio ragionamento era la cosa migliore che potevo fare. Le domande ai medici non davano frutti, erano sempre intimoriti dal rispondermi. Così di testa mia mi sono preso questa responsabilità, l’idea dell’amputazione era sempre più presente e i familiare, gli amici e i conoscenti non riuscivano a dirmi che poteva essere la soluzione migliore, anzi loro avrebbero tentato un nuovo intervento di ricostruzione. Sono una persona abbastanza testarda e così ho preso la mia decisione andando contro tutti, specialmente contro i dottori. Il 5 dicembre 2014 mi sono fatto amputare, una parte del mio corpo mi stava abbandonando per la seconda volta e da quel giorno è riiniziata l’ennesima nuova vita. Ora il desiderio più grande era quello di prendere un appuntamento all’ortopedia RTM di Budrio, centro per eccellenza di protesi su misura e andare a costruire la nuova gamba.

DS5_2505_resizeMi piacerebbe parlare un po’ di sport ora, importantissimo oltre che per la salute può anche essere preso come uno svago, uno scacciapensieri. Non per forza bisogna fare sport per diventare qualcuno anche perché se così fosse i risultati arriveranno da sé, naturalmente con grande impegno e dedizione. Io da bambino ho praticato molti sport come la pallavolo, il karatè, il tiro con l’arco, il calcio, il nuoto, ma nessuno mi soddisfava quanto il basket. È dall’età di 7 anni che pratico questo sport. L’inizio nacque come gioco e svago appunto, ma con il passare degli anni mi sono appassionato sempre di più fino a farlo diventare una passione vera e propria. Per un anno non mi sono dato tregua quando mi dissero che avrei dovuto smettere di giocare per via del tumore, ma poi arrivò un messaggio su facebook; un ragazzo di Seveso mi invitava ad andare a vedere una partita di serie A di basket in carrozzina, sport a me sconosciuto. Andai e da quel giorno mi innamorai di questo sport e trovo addirittura che sia ancora più bello della pallacanestro in piedi. Ad oggi sono un titolare di serie B, sono una riserva di serie A e un atleta della nazionale italiana under 22 di wheelchair basketball.

 11058819_10206565471727100_3297392152845156929_n3 consigli che mi piace dare sempre a tutti sono: sorridi sempre; non mollare mai; sii testardo su quello che vuoi raggiungere. Se vuoi, Puoi!

Paolo Crespi (Foto Luca Renoldi e Paolo Crespi)

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